LA FORZA DI UN NO
Il silenzio, i numeri, e quello che ci resta da fare.
Osservatorio Regionale sui Matrimoni Forzati
C'è un matrimonio nel quale una delle due persone non ha mai detto sì. Non davvero. Può aver firmato, può aver sorriso nelle fotografie, può aver indossato l'abito che qualcun altro aveva scelto per lei. Ma non ha scelto. Questo si chiama matrimonio forzato: un'unione in cui almeno una delle parti non ha espresso un consenso libero e pieno. È diverso dal matrimonio combinato, in cui la famiglia propone e i futuri sposi restano liberi di dire di no. Qui, il no non è previsto.
Da questa definizione, semplice e insieme durissima, è nato un progetto che si chiama “La forza di un no. Matrimoni forzati e consenso delle donne”, promosso da Trama di Terre nel quadro del programma NORA against GBV di ActionAid Italia e della Fondazione Realizza il Cambiamento, con il sostegno dell'Unione Europea. Il suo obiettivo, scritto nero su bianco nei documenti di progetto, è costruire qualcosa che in questa regione non è mai esistito prima: un Osservatorio permanente sul matrimonio forzato. Uno strumento capace di guardare un fenomeno che in Italia resta, come si dice spesso, “troppo sommerso” e di restituire, nel tempo, un quadro conoscitivo condiviso a chi ogni giorno lavora per contrastarlo.
Per cominciare a costruire questo sguardo, nel 2026 abbiamo fatto la cosa più semplice e più difficile insieme: abbiamo chiesto. Abbiamo mandato un questionario ad alcuni Centri Antiviolenza, Servizi Sociali, strutture di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, consultori familiari e istituti scolastici di tutta l'Emilia-Romagna. Abbiamo chiesto quante donne avessero incontrato, in che condizioni, con quali violenze alle spalle, con quale aiuto siamo riusciti a dare loro.
Dei servizi contattati, ci hanno risposto solo sedici servizi.
Non sedici comuni, non sedici distretti: sedici realtà in tutto, distribuite in modo estremamente disomogeneo. Più della metà delle risposte arriva da un solo territorio, quello bolognese e in particolare dal Circondario Imolese, non a caso l'area in cui Trama di Terre è più radicata e più conosciuta. Da Modena, da Reggio Emilia, da Ferrara, da Forlì-Cesena, da Rimini, territori grandi, con servizi strutturati, con storie note anche alle cronache nazionali, non è arrivata nessuna risposta.
Anche tra le sedici realtà che hanno risposto, otto (la metà) dichiarano di non aver intercettato, nel corso del 2026, alcun caso riconducibile al matrimonio forzato. È un dato che si presta a più letture, e probabilmente nessuna esclude le altre: in alcuni territori il fenomeno può essere effettivamente meno presente; in altri, è possibile che alcune situazioni non siano ancora emerse con chiarezza a chi le incontra per primo. Non è una conclusione che vogliamo affermare con certezza, ma una domanda che ci sembra giusto portare alla luce:
quanti strumenti abbiamo, oggi, per riconoscere questo fenomeno quando si presenta in una forma meno esplicita?
Questo è il primo risultato del nostro Osservatorio, e forse il più importante da raccontare a voce alta: il silenzio non è un'assenza di dati. È un dato. Un questionario a cui la maggioranza dei servizi di una regione intera non risponde, o risponde dicendo “non ne so nulla”, ci dice qualcosa di preciso sullo stato della formazione, della sensibilizzazione, della capacità collettiva di riconoscere questo fenomeno prima ancora che sulla sua reale diffusione. Un fenomeno sommerso, in fondo, resta sommerso anche a causa nostra, di chi dovrebbe intercettare questo fenomeno e talvolta non ha ancora gli occhiali giusti per farlo.
Eppure, dove qualcuno ha guardato, qualcosa è emerso.
E quello che è emerso merita di essere raccontato.
Le sedici realtà che hanno risposto, nel 2026, hanno accolto insieme 58 donne per situazioni legate al matrimonio forzato. Cinquantotto storie, cinquantotto vite entrate in contatto con un servizio in Emilia-Romagna nell'arco di un anno. Di queste, quasi nove su dieci si sono rivolte a un servizio quando il matrimonio era già avvenuto: solo una minoranza è riuscita a chiedere aiuto in tempo, prima che tutto si concludesse. È un altro modo per dire la stessa cosa: arriviamo quasi sempre dopo.
Chi sono queste donne? Sono, nella grandissima maggioranza, più di nove su dieci, donne straniere, in gran parte con un regolare permesso di soggiorno; hanno perlopiù tra i diciotto e i quarantacinque anni, anche se tra loro c'è almeno una minorenne. Quattro su dieci non hanno alcun titolo di studio. Più della metà ha figli a carico, il che significa che dietro ogni percorso di uscita non c'è solo una donna da proteggere, ma spesso una famiglia intera da ricostruire. Una su cinque porta con sé un disagio psichico già riconosciuto: la fatica di uscire da un matrimonio forzato, quindi, si intreccia quasi sempre con altre fragilità.
E la violenza, quando c'è, non arriva mai da sola. In media ogni donna accolta ha subito quasi cinque forme diverse di violenza insieme: psicologica, fisica, minacce, violenza economica, in oltre la metà dei casi anche violenza sessuale. In una parte più piccola ma tutt'altro che marginale del campione compaiono la sottrazione dei documenti, la gravidanza forzata, la tratta di esseri umani, le mutilazioni genitali femminili. E chi esercita questa violenza non è quasi mai una persona sola: in media, dietro ogni donna, ci sono due persone che la costringono. Il marito, certo, nella metà circa delle segnalazioni. Ma anche il padre. E, in una percentuale che sorprende ancora troppi, anche la madre.
Il matrimonio forzato non è mai la decisione di una sola persona: è comunità.
Ed è una rete anche la risposta che i servizi cercano di costruire intorno a queste donne: ascolto, consulenza legale, supporto per il lavoro e per i documenti, ospitalità in emergenza, accompagnamento psicologico. In media, ogni donna riceve quasi cinque tipi diversi di intervento. Un dato, tra tutti, ci sembra parlare da solo: nessun servizio, in nessun caso, ha attivato una mediazione familiare. Chi lavora sul campo lo sa bene: mediare con chi ti sta forzando a sposarti non è uno strumento di aiuto.
Dietro i numeri, ci sono le parole di chi questi percorsi li accompagna ogni giorno. Le operatrici e gli operatori che hanno risposto al questionario ci parlano di barriere linguistiche difficili da superare, di donne che per prime faticano a riconoscere quello che hanno vissuto come violenza, di una formazione ancora troppo scarsa e disomogenea tra i diversi servizi del territorio, di reti che si costruiscono spesso sul campo, caso per caso, invece che su protocolli condivisi. E ci raccontano, con parole necessariamente sobrie e anonime, storie di donne segnalate da più fonti insieme, una parrocchia, uno sportello d'ascolto, un cittadino qualunque che nota qualcosa che non va, o arrivate in Italia insieme a un marito in fuga, a sua volta, dalle minacce delle famiglie contrarie a quel legame.
Questo territorio, del resto, non è nuovo a questo tema, anche se avremmo preferito non doverlo mai imparare così. Il nome di Saman Abbas, la ragazza di Novellara uccisa dalla propria famiglia per essersi opposta a un matrimonio imposto, è entrato nella memoria collettiva di tutta l'Emilia-Romagna. Più di recente, nel riminese, una storia molto simile ha riportato il tema al centro della cronaca. Sono storie che ci ricordano una cosa scomoda: il matrimonio forzato non riguarda un angolo isolato della regione. Può riguardare qualunque provincia, comprese quelle che, in questo primo giro di ascolto, non hanno ancora trovato il modo, o il tempo, o gli strumenti per rispondere.
Ecco perché, ad oggi, non vi portiamo un punto di arrivo. Vi portiamo un punto di partenza, con tutti i suoi limiti dichiarati apertamente: sedici risposte su un territorio che ne avrebbe potute dare molte di più, un campione concentrato in poche aree, dati che in alcuni casi si contraddicono tra loro e che i primi a saperlo siamo noi. Ma un punto di partenza onesto vale più di un punto di arrivo costruito su basi fragili.
Quello che chiediamo, da qui in avanti, è semplice da dire e complesso da fare: che questo Osservatorio non resti un esperimento isolato, ma diventi un appuntamento stabile, capace di raggiungere ogni anno più territori e più servizi. Che i servizi generalisti, sociali, sanitari, scolastici, ricevano la formazione che oggi in troppi casi ancora manca, per imparare a riconoscere ciò che i Centri Antiviolenza, da soli, non possono intercettare ovunque. Che la rete tra i servizi si costruisca prima che arrivi l'emergenza, non durante. E che, la prossima volta che chiederemo ai territori di raccontarci cosa hanno visto, il silenzio sia un po' più piccolo.
Perché dietro ogni casella vuota di questo questionario, c'è la possibilità concreta che ci sia ancora una donna che nessuno ha ancora visto. E questo, per un Osservatorio nato per dare forza a un no, è l'unico fallimento che non possiamo permetterci.
di Arianna Pagani
per Trama di Terre APS – Centro Interculturale delle Donne e Centro Antiviolenza
il progetto
La forza di un no
L’Osservatorio Regionale sui Matrimoni Forzati nasce all’interno della proposta progettuale dal titolo “LA FORZA DI UN NO. MATRIMONI FORZATI E CONSENSO DELLE DONNE. Percorsi di formazione e sensibilizzazione.” presentata dall’Associazione Trama di Terre APS nell’ambito del Progetto NORA, Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence promosso da ActionAid International e Fondazione Realizza il Cambiamento e finanziato dall’Unione Europea.
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